MARATONINA “Terre d’Acqua”

Sono sempre stata dell’idea che x ripartire, per andare da qualche parte, servano nuovi stimoli. Ho iniziato a sentir parlare di “minuti al km” da quando ho conosciuto Simona, e, sempre con lei, quando ho tradotto roba tipo 4.30 al km in corsa pratica, mi è semplicemente venuto un colpo, più di 13km/h?

Non credo di poter tenere quel ritmo x 5 minuti senza avere un infarto, figuriamoci di più. Continua a leggere

UROC… WELL DONE!!!

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Sono partita x il Colorado con l’idea ferma e decisa di fare una gara “conservativa”, intendendo con questo che il solo obiettivo era tagliare il traguardo con tutti i pezzi attaccati e salire sul podio finale delle WORLD SERIES. Sicuramente un risultato che avrebbe ripagato me e le aziende che hanno creduto in me in questo anno. Montura per tutto l’abbigliamento tecnico che mi ha permesso di correre tranquilla a queste quote con questi sbalzi di temperatura e Vibram per avermi dato sempre le “gomme” giuste per ogni terreno e qui tra neve, ghiaccio, sentiero e asfalto ne avevo bisogno.

Dopo una 100 miglia la fisiologia asserisce che, in due settimane, il corpo recupera circa l’80% della forza, io atterravo a Denver avendone percorse il doppio. Ragionevolmente quindi mi aspettavo un recupero non superiore al 60%, già ad essere ottimisti. Ma visto che ho la casa piena di girasoli mi sono detta “ok, vada x il 60%, dove mancherà la forza metterò il cuore”.

Così, dopo 3 giorni di test sul campo x vedere che effetto faceva correre a 3600m, mi sono infilata sotto l’arco di partenza con l’idea che x una volta avrei alzato gli occhi dal terreno x guardare il bosco e tutto il resto, riempiendomi il cuore di tutta quella natura autunnale che mi circondava.

Tuttavia ammetto che l’idea della gara conservativa aveva iniziato a fare acqua il giorno prima, quando tra il ritiro pettorali e la press conference avevo messo gli occhi sui trofei, in trionfale esposizione sul loro bel vellutino rosso. Ho pensato che x un posto tra le 5 avrei firmato subito, sebbene continuasse a sembrarmi irrealistico.

Allo sparo, tutti fuori come x una 5k: normale, siamo in America, tanto vale rassegnarsi. Avevo avvisato Renato “Al primo ristoro non ti aspettare di vedermi tra le prime, mettiti tranquillo e aspettami. Sono passata 3° a 2’ dalla prima…”. Inaspettatamente, il corpo aveva dato il giro, il paesaggio ha fatto il resto. Senza eccessivi casini sono arrivata a Frisco, dove avevamo “la Casa” cioè la super villetta in cui erano ospitati i top runners, e si sa, passare da casa può spesso avere delle conseguenze.

Infatti ho accusato una mini crisi, causata più che altro dal fatto che non ero riuscita ad aprire il marsupio con i gel nei 25 km precedenti. Dopo il ristoro ho cercato di ripigliarmi, aiutata anche dall’incoraggiamento di Mr“Backpack”, di Ultimate (zaini) a cui sembrava impossibile vedere davanti a sé la regina del TDG (ancora viva intendo), e di un ragazzo di cui non ricordo il nome che mi assicurava che x essere una con le gambe stanche andavo alla grande. Io ci credo sempre fino a un certo punto, però faceva piacere, e aiutava ad andare avanti.

Quando è arrivato il tratto sulla neve mi sono sentita bene, in fondo era un elemento noto, e allora via, sempre leggera. Ero leggera nell’anima, in verità, x chèsorprendentemente il mio proposito di trarre energia dalla natura stava funzionando. Inaspettatamente mi sentivo felice. Inoltre al momento ero 5, non potevo chiedere niente di più.

Primi problemi arrivano a Vail Pass, 54°km circa credo.

Lì ero a metà del tratto in asfalto di 18km e cominciavo ad essere stufa. Gli ultimi 7 km di asfalto mi hanno dato la botta finale, sono arrivata al ristoro totalmente esaurita, il distacco era salito a 23’ dalla 3° e 12’ dalla 4°: ma gli americani sono gentilissimi, una volontaria ha voluto una foto, 3 concorrenti hanno avuto una parola gentile e così ho infilato il sentiero dicendomi “ok, sei nel bosco, ok, respira e basta, va tutto bene, sei di nuovo nel bosco”. Strane queste parole dette da me che non alzo mai gli occhi, ma alla fine, allo stremo delle forze, mi ero convinta che solo l’energia del bosco avrebbe potuto aiutarmi e tanto valeva assorbirne il più possibile mentre camminavo con le mani dietro la schiena come un escursionista del CAI.

Il bosco ha funzionato: alla fine degli alberi, in cima, avevo recuperato 3 persone, e il mio “tifoso” mi ha esortata a non mollare: “don’t give up Francesca!!”.

E non so come spiegarlo, ma sentire questo incoraggiamento in inglese, da uno che mi chiamava x nome è stato magico.

Così ho promesso: ok, I will not give up!

Renato era risalito una buona parte del sentiero e sembrava stupito di vedermi correre così leggera ma soprattutto era stupito di vedermi di nuovo assolutamente in gara. Il report mi dava a 8’ minuti dal podio e praticamente incollata al possibile quarto posto.

Fatto stranissimo, andavo benone sui tratti scorrevoli e in discesa, dove la caviglia restava gestibile e non avevo problemi ai piedi. Così, eccomi al penultimo ristoro, in buone condizioni e di umore discretamente accettabile. Sfortunatamente in questo tratto c’era un pezzo di sentiero in comune in cui s’incrociavano i concorrenti, diciamo un giro di boa x intenderci. Forse questo tratto ha pregiudicato le mie possibilità di conquistare il 3°posto, perché Michelle Yates mi ha vista arrivare e si è regolata di conseguenza. Al ristoro ho superato Kerrie Bruxvoort e ne sono uscita come quarta.

Era già una magia. Era già incredibile. Bastava.

A me bastava.

Ho percorso gli ultimi km in discesa praticamente al buio, l’organizzazione aveva toppato ampiamente i tempi previsti. Fortunatamente dopo aver lasciato il ristoro accompagnandomi per un piccolo tratto, Renato è tornato indietro e poi ha avuto lo scrupolo di raggiungermi nuovamente per darmi una piccola frontale di riserva (“non si sa mai…”) che logicamente io non volevo ma che ha fatto sì che potessi limitare i danni del buio e arrivare consapevole di avere fatto un piccolo capolavoro.

Si può pensare che un 4° posto non sia questa gran conquista, e pure io, come impostazione mentale, qualche tempo fa forse lo avrei pensato.

Ma ho percorso molta strada, non soltanto in chilometri, e questa strada mi ha permesso di dare il giusto peso a molte cose.

Un 4° posto in una gara che si chiama Ultra Race of Champions World Championship, con il parterre che c’era, con il fuso orario e i 330k della vittoria al TOR nelle gambe solo 14 giorni prima è un grandissimo risultato.

Ma soprattutto, è stata una gara in cui sono riuscita quasi x intero a mettere l’anima, assorbendo tutto il bello e il buono che ho potuto, lasciandomi semplicemente “esistere”. Nel momento in cui ho tolto pressione da mestessa, tutto è venuto da solo.

Ho affrontato con leggerezza, senza paura, una gara scorrevole in un momento in cui fisicamente era la peggiore delle situazioni immaginabili, di questo sono molto fiera.

Io non voglio vincere sempre, non DEVO vincere sempre. Voglio affrontare delle sfide e fare dei passi avanti, voglio misurarmi con me stessa ed essere orgogliosa del risultato.

Poi il giorno dopo ho perso l’aereo. Ho fatto il solito casino fotonico perché io sono fatta così. E sapete che vi dico? CHISSENEFREGA.

Nella vita ci sarà sempre un altro aereo, ma non necessariamente un’occasione persa in qualcosa che conta tornerà a bussare alla mia porta. Quindi va bene così.

4° posto e aereo perso: ho preso l’aereo dopo, ma il trofeo che avevo visto sul suo vellutino rosso adesso è con me.

SPEEDGOAT 50K

UTAH, AMERICA

Hi, HOW ARE YOU TODAY?

Le giornate in america iniziavano sempre con questa domanda. Te la fanno le cameriere della colazione, ogni santa mattina, appena metti piede nella sala. Così, ogni giorno, quando andavo a “farmi” di uova e Biscuits home made, m’interrogavo su cosa diavolo mi stessero chiedendo, perché il mio inglese approssimativo non mi ha consentito fino a più o meno l’ultimo giorno di realizzare che volevano solo sapere se ero ok, se avevo dormito bene.

Ma dove mai si sente qualcuno che si preoccupa di come stai? Ecco, questa gentilezza degli americani è qualcosa che mi è rimasto.

Durante la gara, un massacro insostenibile fino al 25°km, tutti, uomini e donne in egual misura, mi hanno detto parole gentili ogni volta che li incrociavo: “well done girl” quando li superavo. Una cosa incredibile… Continua a leggere