Monte Soglio – l’altra faccia della medaglia

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MONTE SOGLIO. L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

Innanzitutto, grazie.

Grazie agli organizzatori di questa gara per avermi invitata nonostante il mio stato di forma pressochè inesistente. E grazie, sempre a loro, soprattutto per il dispiegamento di forze che hanno saputo mettere in campo in condizioni problematiche.

A ogni guado, su ogni cresta, in ogni bivio possibile, ho trovato qualcuno pronto ad aiutare. Questo fa sentire protetti, al sicuro, ed è una cosa fondamentale.

Ora posso parlare della gara.

Davanti alla scelta se partecipare o meno alla gara che rimetteva in palio il mio titolo sulla media distanza c’erano soltanto due alternative.

La via conservativa, ovvero restare a casa consapevole di non avere uno stato di forma minimamente adeguato per essere competitiva.

E la via coraggiosa, andarci ugualmente per rendere onore a me stessa.

Ora, forse anch’io fino a qualche tempo fa avrei obiettato che non c’è grande onore nel fare qualcosa sottotono, ma non è così che oggi intendo io la cosa.

Il coraggio sta nell’andare ugualmente per vedere cosa c’è da fare, per rendersi conto della situazione. A questo serve il confronto, e so che evitandolo non è mai cresciuto nessuno.

Ora, il rispetto per me stessa imponeva questa prova che, onestamente non è stata facile ma nemmeno così dolorosa come avevo temuto.

Dopo 500 metri, forse meno, il cuore mi ha comunicato che così non si poteva andare avanti, dopo oltre un mese di stop interrotto solo dalla 106 della Drome che ha praticamente ucciso ogni mia fibra muscolare.

Ogni salita mi metteva di fronte alla mancanza di condizione, ogni piano risvegliava la mia voglia di lottare, ogni discesa obbligava a fare i conti con la bandeletta.

Questa cazzo di bandeletta è un fenomeno per me inaccettabile in quanto sindrome da sovraccarico. Io non ho il sovraccarico quindi non devo avere neanche la bandeletta. Però la mia è secondaria alla storta di Istria, quindi non me la leva nessuno.

Ultimamente, 4 giorni dopo la Drome ero riuscita di nuovo a correrci, sembrava nettamente in remissione. Però sono bastate una cresta in contropendenza lieve e un po’ di neve che ha reso più timidi i miei appoggi per risvegliare quel dolore che speravo di aver archiviato.

Così il ritiro intorno al 27° km è apparsa l’unica scelta sensata, pienamente condivisa da Renato. Affrontare l’ultima discesa avrebbe solo peggiorato la situazione, con il rischio di riportarmi alla casella di partenza annullando i progressi fatti.

Questo ritiro non è stato doloroso. Come non lo è stata la gara vissuta nelle posizioni di rincalzo. Sono contenta di aver trovato il coraggio di attaccare il pettorale e di averlo staccato al momento opportuno senza rimpianti.

Inoltre, dal punto di vista personale sono successe alcune cose belle: intanto ho percorso un po’ di strada con Cecilia Mora, che non conoscevo personalmente ma che ho sempre stimato. Quel chilometrino chiacchierando con lei mi ha fatto piacere.

Poi ci sono stati i chilometri condivisi con Jerome, Vibram, che mi hanno fatta sentire un po’ più protetta e meno sola nel momento in cui ho maturato la decisione di lasciare la gara. Scambiare qualche parola con lui e vederlo vicino mi ha aiutata ad arrivare fino al punto in cui mi aspettava Renato. Jerry dice che l’ho aiutato ad andare più forte, se è così non potrei essere più contenta, almeno la mia mezza gara non è stata del tutto vana.

Ma soprattutto, voglio ringraziare Mike, che mi ha trovata nel momento preciso in cui le forze hanno raggiunto il minimo storico e ha cercato d’incoraggiarmi, persino di aspettarmi. Questi sono gesti che apprezzo moltissimo e che spero sempre di avere occasione di ricambiare.

Il viaggio di ritorno l’abbiamo utilizzato per guardare in faccia le cose dando un nome a ognuna. Il vero nome.

Renato ha capito che quando dico che non ci sono significa che non ci sono, nonostante la sua incrollabile fiducia nelle mie possibilità.

Io ho capito che possiamo ancora sistemare il problema se lo affrontiamo senza nasconderci. Stefano Punzo concorda con me sul fatto che la bandeletta non passerà in 5 giorni ma può essere gestita, ed è quello che adesso cercheremo di fare.

Renato mi aiuterà a indirizzare gli allenamenti per tornare in condizione senza stressare eccessivamente il ginocchio. E giorno per giorno andremo avanti.

Verso i Mondiali.

Perché nella vita, come nel golf, il successo non si ottiene colpendo più forte, ma puntando nella giusta direzione.

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One thought on “Monte Soglio – l’altra faccia della medaglia

  1. Danilo maggio 29, 2013 / 8:03 pm

    E’ un piacere leggere i tuoi post così diretti e sinceri.
    Con ammirazione,
    DANILO

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