SPEEDGOAT 50K

UTAH, AMERICA

Hi, HOW ARE YOU TODAY?

Le giornate in america iniziavano sempre con questa domanda. Te la fanno le cameriere della colazione, ogni santa mattina, appena metti piede nella sala. Così, ogni giorno, quando andavo a “farmi” di uova e Biscuits home made, m’interrogavo su cosa diavolo mi stessero chiedendo, perché il mio inglese approssimativo non mi ha consentito fino a più o meno l’ultimo giorno di realizzare che volevano solo sapere se ero ok, se avevo dormito bene.

Ma dove mai si sente qualcuno che si preoccupa di come stai? Ecco, questa gentilezza degli americani è qualcosa che mi è rimasto.

Durante la gara, un massacro insostenibile fino al 25°km, tutti, uomini e donne in egual misura, mi hanno detto parole gentili ogni volta che li incrociavo: “well done girl” quando li superavo. Una cosa incredibile…

Sono partita avendo la sensazione che sarei morta da un momento all’altro, vuoi per l’altitudine (mediamente sui 3000, con picchi di 3600), vuoi per l’accumulo di km di gare. Ho considerato il ritiro come unica opzione, poi Jerry (Vibram) ha iniziato un’opera di persuasione convinto che mi sarei ripresa.

Tutto sommato comunque bastava arrivare e avrei consolidato il primo posto in classifica delle World Series: era un buon incentivo. Così, performante come un catorcio all’ammasso ho proseguito l’agonia, fino al 25°km dove avevo praticamente deciso che avrei gettato la spugna dopo una meravigliosa discesa tra le pietre. Ma a questo ristoro, ecco il miracolo inatteso, dopo 2 parole buone scambiate con uno che mi aveva riconosciuta per Andorra, un bicchierino di gel, uno di coca e una fetta di anguria, il corpo ha inspiegabilmente dato il giro, e sono partita da lì come nuova. Ecco che finalmente riuscivo di nuovo a correre in salita. Ecco che cominciavo a recuperare qualcuno. Anzi molta, moltissima gente. Questo sì che è andare, pensavo, e chissenefrega più della classifica. Questa è stata la prima volta in quest’anno, che ho sentito le gambe girare, leggere quasi, potenti a tratti. Questo si chiama andare.

Ecco perché la posizione in classifica non conta. Sebbene un posto nelle 10 qui mi abbia comunque soddisfatta in sé.

Nel tratto diciamo dal 30° ho corso sui tempi delle prime, quindi vuol dire che va bene. Poi ovvio, il distacco preso fino a lì è massiccio, ma davvero non mi interessa.

Una volta staccato il pettorale ho iniziato a tirare il fiato, finalmente avevo finito tutto quanto programmato e avrei potuto godermi un periodo di meritato riposo. Sono arrivata in America veramente stremata, senza più voglia di muovere un dito e tormentata dagli infortuni. Il soggiorno presso questa brava gente amichevole mi ha rimessa insieme: le giornate successive alla gara le ho dedicate alla SPA e al relax in piscina, un lusso favoloso. Colazioni piene di uova, pranzi cinesi, cene american style in fast food: anche la gola vuole la sua parte, anzi x essere esatti, si può dire che vivevamo letteralmente per mangiare. La prima persona plurale si riferisce a Nicola: con lui ho condiviso ogni giornata, fino alla fine della fiera.

La FIERA è stata piuttosto impegnativa, per via del fatto che non è facile stare tutto il giorno nello stand per persone come noi, abituate all’aria aperta. Comunque si poteva mangiare anche lì, e allora alla fine si riusciva a gestire la situazione, con i ritmi scanditi dall’alternarsi di proposte culinarie: c’erano le gauffres con mirtilli e panna x colazione, il buffet di verdure, prosciutto, parmigiano e focaccia per il pranzo da Vibram, yogurt con frutta varia x dessert giusto davanti, birre a volontà dopo le 4 e caffè disponibile senza interruzioni. Uno sballo. Alla fiera non vendevano niente, questo aspetto frustrante è però stato compensato x quanto mi riguarda, dall’offerta incredibile di riviste di running e triathlon. Ne ho caricate una valanga, rischiando l’over sul peso della valigia. Adoro questa roba, e poi così forse riuscirò a migliorare lievemente le mie prestazioni in lingua inglese.

L’ultimo giorno di fiera è stato più rilassato e abbiamo avuto più ore d’aria: così, io e Nicola abbiamo dimostrato a tutti che si può riuscire a non trovare un centro commerciale posto a 500 metri, nonostante una profusione d’indicazioni fornite da persone diverse. Abbiamo fatto un primo tentativo il giovedì dopo pranzo e siamo finiti alla chiesa dei mormoni. Un secondo venerdì mattina, corredato da salite e discese urbane a 35 gradi all’ombra setacciando la zona presumibilmente residenziale. Il terzo ci siamo fatti accompagnare: era davanti alla fiera. Ma noi andiamo forte dove c’è il balisage, che cavolo, non si può pretendere tutto.

Sabato partenza x l’italia.

Domenica mattina atterraggio.

Ora…waiting for UTMB….

Voglio ringraziare tutti i ragazzi di Vibram America, accoglienti come i loro connazionali, e il Team di Vibram Italia tra cui Beppe di Fifefingers con cui è sempre un piacere chiacchierare. See you in Chamonix!!

E poi MONTURA, che mi ha fornito il necessario per gareggiare e uscire bene sulle foto: il completino in rosa fa decisamente il suo dovere e ha mostrato la “classe” italiana agli amici d’oltreoceano.

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One thought on “SPEEDGOAT 50K

  1. carmela agosto 8, 2013 / 1:01 pm

    Come sempre brava a correre e raccontare. Carmela

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