TOR 2013 – La staffetta di cuori…

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Come ho detto spesso, secondo me 330 km non si fanno con le gambe. Si fanno con il cuore.

Quest’anno di cuore ho dovuto mettercene tanto per affrontare questa gara: per decidere di partire, per partire, per proseguire nonostante tutto, per vincere, ma soprattutto per ricordarmi che ho vinto davvero, nonostante tutti quelli che per mille motivi l’hanno messo in dubbio.

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“Partire” significava partire con le bende, per tentare di stabilizzare un minimo una caviglia in pezzi: partire con le bende comportava la certezza di affrontare le piaghe

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Il mio vero problema è stato questo, purtroppo, ed è un problema che nella sua stupidità è riuscito a pregiudicare ogni cosa. A partire dal Sogno, ogni discesa è stata un incubo.

Le salite invece, e i piani, erano momenti magici, di puro sollievo, nonché momenti in cui però diventava imperativo mettere ogni grammo di energia per recuperare i danni cronometrici accumulati durante il tragitto.

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Questo, in sintesi, è il racconto dei fatti.

Per andare avanti in queste condizioni, con tutto questo dolore e i conseguenti alti e bassi, il mio cuore non bastava.Per questo voglio raccontare la mia gratitudine verso tutti gli altri cuori che hanno spinto il mio a lottare fino alla fine di questa nuova incredibile avventura.

PAOLO

Quest’anno Paolo era in gara senza Lisa, così ho provato a chiedergli se avrebbe accettato di rimanere un po’ con me. Per “proteggermi”, ho detto, ho utilizzato proprio queste esatte parole. Proteggermi dalla solitudine che sento sempre in gara, dai pensieri negativi, da tutto quello che stava intorno. Ha accettato. Siamo stati insieme fino al passo alto, e al Deffeyes ho detto in radio che andava tutto bene, che stavo bene, che avevo vicino a me un “angelo custode”. Poi purtroppo lui è andato un po’ in crisi e ho dovuto proseguire da sola. Ma la sua presenza, le chiacchiere con lui, e il benessere che la sua vicinanza mi hanno trasmesso sono stati il trampolino di lancio verso Valgrisa, Prima Base, dove avrei incontrato gli altri cuori.

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Ecco, potrei dire che quest’anno, per me, TOR des GEANTS è stato una staffetta di CUORI.

FAMILY&DOG: all’uscita sull’asfalto di Planaval c’erano tutti. Mamma, Papà, Matteo, Tobia, Giovanni, Ariella. Correvano tutti, ognuno per il tratto di strada che il suo corpo gli permetteva di percorrere. Ognuno dava il suo apporto con qualche genere alimentare o con la semplice presenza. Un piccolo momento di festa che si sarebbe rinnovato dappertutto. Il TOR è un immenso lavoro da dietro le quinte, con torte da preparare, polpette da friggere, frutta e bevande varie da fare arrivare nelle migliori condizioni. È studiare gli orari, preparare le trasferte verso le basi, sempre, immagino io, accompagnati da quel lieve senso di angoscia che genera le congetture peggiori. È passare 3 giorni con la silente ma pressante domanda “arriverà alla base dopo”?

RENATO

Ogni base normalmente è appannaggio di Renato, ma dove c’è l’efficiente Team di supporto Family&Dog, lui può percorrere con me un po’ più di strada, per aiutarmi a ricentrarmi e darmi le sue impressioni su come mi vede e come mi sente. Abbiamo bisogno di questi momenti perché nella concitazione delle Basi questo lavoro è impossibile. Io poi ho bisogno di sfogarmi con qualcuno, e lui è l’unico che può capirlo e accogliere tutto quello che tiro fuori senza spaccarmi la faccia.

In verità comunque, tutto ciò che avviene alle basi vita è solo la punta dell’iceberg: molta della fatica di Renato con me è a monte, sia in questa gara che nel resto della stagione. È pianificazione dei ristori, organizzazione del materiale, gestione dei miei allenamenti a MIA sensazione, ma soprattutto è un’operazione certosina di cesellatura del mio cervello. Ricordo ancora un viaggio in macchina in cui ha passato più o meno un’ora cercando di farmi capire che una gara come il TOR sarà sempre una gara in cui io potrò fare la differenza, mentre io rimanevo fermamente convinta che quest’anno avrei rischiato di arrivare praticamente con le scope. Il suo immane lavoro è contrastare la mia tendenza a impersonare la versione riveduta e adattata del “brutto anatroccolo” nonostante ogni evidenza dimostri il contrario.

Non lo invidio. Avere a che fare con me può non essere alla portata di tutti. Non è scontato perseverare nel tentativo di incanalare la mia forza in direzioni più proficue di quelle in cui tendo a sprecarla io.

Apprezzo molto la sua tenacia in questo. La sua pazienza, se vogliamo. E spero di continuare a non renderla vana.

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Proseguendo verso la prima base, comunque, ricordo di aver pensato che l’anno scorso in un villaggio era saltato fuori MIO FRATELLO. Speravo che risuccedesse, ho avuto fortuna.

ENRICO

Una delle prime cose che mi ha detto è stata che secondo lui nessuno era passato da lì alla velocità che stavo tenendo io. Ha fatto un paio di Triathlon, era affidabile. Siamo sempre stati di quei fratelli che non è che parlino un granché, noi certe cose non ce le diciamo. Però quando il mio ritiro all’UTMB si è manifestato in tutto il suo impatto devastante sul mio morale, mio fratello se n’è uscito con una busta in cui ho trovato dei soldi. Mi ha detto “questo è il tuo premio gara per l’Ultra”.

Questa cosa delle corse riesce a fare grandi magie. Ho trovato Enrico a quasi tutte le basi vita, dovunque servisse c’era. Con il TOR des GEANTS mio fratello è entrato nella mia storia.

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CLAUDIA

La mia amica Claudia si è occupata dell’aspetto emozionale della faccenda. Come ho detto, la storia delle piaghe è stata veramente impattante perché il dolore riesce a consumare ogni grammo di energia. Ho trovato Claudia a TUTTE le Basi, dove lei e Renato vegliavano su di me durante le medicazioni. Era come se arrivassi alle basi con un malloppo di pesi sempre maggiore e potessi, incontrandola, scaricarlo a lei. Ripartendo ogni volta più leggera.

SIMONA

Ci sono momenti, nella mia quotidianità, in cui ho bisogno di parlare con qualcuno che possa capire il filo dei miei ragionamenti. Da quasi un anno una di queste persone è Simona. Così, mentre molti concorrenti percorrono i sentieri ammirando le montagne, io ho spesso momenti in cui inveire liberamente contro tutto e tutti risulta essere la mia unica valvola di sfogo, e mica posso mettermi a “cristonare” con un cervo. Simona è la persona perfetta. Quella che mi capisce. Quella che se dico “mai più nella vita farò di nuovo questa gara”, mi risponde “sarà meglio, se la rifai ti tolgo il saluto”. In certi momenti ho bisogno di questo.

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Questa tratta è la MIA tratta. Ci sono posti, nella mia storia, che per qualche motivo assumono connotati magici. L’anno scorso qui ho realizzato il miglior tempo assoluto, a causa del fatto che per il mio cervello esigente, 3 ore circa di vantaggio sulla seconda erano un’inezia. E così, con 200km nei prosciutti ho spinto come in mezza maratona, e l’incredibile era che ci riuscivo. Quest’anno le cose erano leggermente più complesse, infatti ho lasciato Gressoney con UN’ORA e QUARANTA da recuperare a Nerea per aver dovuto inaspettatamente dormire a Niel dopo esser stata ferma 2 ore al Vargno senza chiudere occhio, e decisamente l’impresa non era scontata.

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Dovevo tirare fuori tutto, il mio principio guida è “non lasciare MAI niente d’intentato”. Un passo alla volta ho iniziato il mio recupero, al Crest ho sentito alla radio (top Italia Radio) che Nerea era passata da 15minuti. Era quasi fatta. A ST Jaques ne restavano 10. Ho potuto rilassarmi, godermi il “ristoro” e avere l’inaspettata sorpresa di trovare Cinzia.

CINZIA

A vederci così, sembriamo due uova di pasqua di cioccolati diversi, di marca diversa, avvolte in una carta diversa. Ma con dentro, incredibilmente, la stessa sorpresa. Abbiamo passato anni ignorandoci, forse proprio perchè così apparentemente diverse, per poi cancellarli tutti in un attimo dividendo una stanza a Gualdo Tadino. Dentro di noi, le stesse dinamiche, pensieri condivisi, situazioni simili. Cinzia ha capito perfettamente chi sono, ha saputo rispettare le nostre differenze nella nostra vicinanza, è una delle poche persone a cui, almeno per messaggio, riesco a esprimere il mio affetto. Mi ha accompagnata forse per 50 metri, nel momento sempre pesante in cui si lascia una base, ma ho sentito il suo sguardo accompagnarmi ancora per un po’. Si è fermata lì ma è rimasta con me, la sua energia era palpabile. E conservo questa come una delle immagini più toccanti di questa avventura.

PAOLA

Il primo TOR con cui ho avuto a che fare è stato quello di Paola. A Cogne, anno 2011, le ho fatto un massaggio ai piedi perché mi sembrava una cosa utile e piacevole. Nemmeno me lo ricordavo, eppure a Oyace quest’anno, Paola mi ha restituito il favore. Distesa sulla brandina, Paola e Renato avevano un piede per uno. “Prendersi cura” è l’espressione che sintetizza il ruolo di Paola nella mia gara. È stata una presenza solida ma discreta, attenta ai dettagli e delicata nella gestione delle situazioni. L’aiuto che mi ha offerto è stato un puro atto di amicizia ed è stato così intenso che non so se saprò mai restituirlo. E visto che spesso le emozioni si abbinano a profumi o sapori, posso essere certa che ogni volta in cui mangerò un brutto e buono alle noci penserò a Paola e a quanto uno stupido semplice biscotto abbia contribuito a farmi superare la crisi più devastante di tutta la gara. Bastano cose semplici, ma nessuno se ne accorge.

VERSO CASA

Da Bosses parte l’ultimo tratto. L’ultimo sforzo. Quello che, se stai bene, se tutto è ok, è gioia pura. Sono partita da Bosses verso le 7 di sera, praticamente devastata dal mal di pancia e dall’angoscia che varie situazioni avevano causato. Sapevo che c’era il problema del Merdeux, che per chi non conosce la gara è un dannato alpeggio dove la notte si perde il sentiero e non c’è maniera di trovare il balisage perché è tritato dal passaggio delle mucche. Arrivata al Merdeux volevo urlare: c’erano mucche dappertutto, nemmeno una bandierina, il pastore non parlava italiano. Attanagliata dal panico selvaggio ho proseguito, a caso, sempre dritto per arrivare finalmente alla stalla da cui partiva il sentiero per il Frassati. Questo Frassati sembra un miraggio perché vedi le luci ma non arrivi mai. Poi a un certo punto smetti di vedere anche le luci e continui a non arrivare mai. In questo tratto ho avvertito prepotentemente la stanchezza, sentivo che faticavo a tenere gli occhi aperti e non mi era mai successo.

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Ultima discesa, il tempo di riabituarmi al dolore ai piedi e ora restavano solo Bonatti-Bertone-casa.

Casa. Courmayeur. Dove c’erano ad aspettarmi tutti gli altri cuori di questa storia.

Tutti gli altri cuori che hanno scritto insieme a me questa storia.

Ho sentito e letto che alcune persone hanno detto che io mi avvalgo di un team di professionisti. È lì che si sbagliano.

Se avessi avuto intorno dei professionisti, probabilmente non avrei superato Donnas. Se ho potuto portare a termine l’avventura lo devo solo a questi AMICI che hanno scelto di essermi vicini e di mettere tanta energia e fiducia nell’accompagnare ogni mio passo.

Grazie a tutti.

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One thought on “TOR 2013 – La staffetta di cuori…

  1. Roberto dicembre 10, 2013 / 2:53 pm

    Devo decidermi se mi emozionano di più le cose che fai o il modo come le racconti. In ogni caso … continua così!

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