Les aventuries du Bout du Drome

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LES AVENTURIERS DU BOUT DE LA DROME

Anche quest’anno non potevo mancare il mio consueto appuntamento con il feroce terreno della Drome, Francia.

Semplicemente per due motivi. Primo, non c’è nessun’altra gara dove mi senta più accolta,  secondo, dopo un mese di stop forzato a causa della bandeletta mi mancano i km nei prosciutti.

E poi il Team di questa missione è davvero incredibile: Bruno Brunod, un atleta senza pari che non ha bisogno di presentazioni, Jean Pellissier che non conoscevo ma che scopro essere stato degno compagno di Bruno, e Renato che dovrà tenerci a bada tutti quanti e credo che non lo invidi nessuno.

In verità arrivo al ritiro pettorale parecchio stressata, so che sarà un inferno e temo che non avrò il piacere né di divertirmi né di avere belle sensazioni, ma bisogna pur ricominciare da qualche parte. Ho una benda che parte dall’anca, probabilmente mi strapperà la pelle.

Alle 3.30 del mattino partiamo, e tutto sommato pensavo peggio. Quando verso il 15°km mi trovo con Bruno e Jean in testa al plotone inizio a pensare che noi tre davanti, visto il curriculum di disorganizzazione che ci caratterizza tutti, non dev’essere quella gran buona cosa. Però ragazzi, NOI TRE! Ammetto, è stato figo.

Poi però è successo ciò che era sulla carta, ci siamo persi. Lo dicevo io che noi tre davanti non era una bella idea, anche se al momento dello smarrimento ognuno ha apportato il suo influsso personale perché io ero cento metri dietro e loro due non so se fossero proprio attaccati. Comunque non è stato molto grave, diciamo che almeno io ci sono abituata, sto giro l’ho presa bene.

Posso dire, sintetizzando, che fino al 20° eravamo sempre attaccati, ero vicina. Fino al 40° ero a 10 minuti. Fino al 50° ero ancora abbastanza in grado di intendere e di volere. Alla salita prima del 65° si è abbattuta la catastrofe. Jean, che guidava la classifica della 65 km, si ritira a circa 7 km dal suo traguardo. Io guardo in faccia la disperazione mentre i muscoli non collaborano più in nessun modo e non riesco quasi a mettere un piede davanti all’altro. Una volontaria mi offre della coca, mi chiede come va il ginocchio, tutti mi curano ma nessuno può far niente. L’unica domanda è come riuscire ad arrivare in cima a sta roba, e successivamente, peggio, scendere e poi affrontare il pezzo più duro.

Arrivo a Saillan, 65° km, apprendo le ultimissime sul team, peccato per Jean e speriamo per Bruno, spero che abbia preso sul serio le mie raccomandazioni. Da qui in poi è l’inferno. Ma forse sono io che esagero…

Per me, questa volta sarà peggio dell’inferno. Renato, che mi accompagna su questa tratta di 20 km come pacer autorizzato (il che rende l’idea dell’entità del problema posto da questa tratta, visto che l’organizzazione ha previsto il servizio pacer per contenere le probabilità di dover recuperare i morti) si rende conto brutalmente della gravità della situazione. Nessun muscolo è più in grado di reggere il peso, i bastoni non sono mai stata in grado di usarli un granchè ma mi ci appoggio con ogni cellula. Tuttavia serve spesso il suo intervento, per rialzarmi quando m’inciampo e spingermi avanti quando barcollo indietro.

Ripeto, l’INFERNO.

Non sono abituata a questo livello di sofferenza, non lo so gestire e non lo accetto. Il punto però è che quando non accetto qualcosa è difficile che trovi una soluzione.

In cima ai dannati 3Becs mi siedo e vorrei solo 2 cose a scelta tra: morire e chiamare l’elicottero. Invece non accade nessuna delle due e mi tocca spararmi la discesa più orrenda di tutta la gara. Pietre dappertutto per oltre 7 km.

Al ristoro dell’88° Renato conclude la sua fatica e io affronto da sola quello che resta. Non volendomi far mancare niente accolgo nella missione anche un imponente problema intestinale. Davvero uno sballo, non posso nemmeno più bere un sorso di succo senza conseguenze.

Però, un passo dopo l’altro, ritrovo un minimo di concentrazione, mi rendo conto che tra le altre cose idiote ero anche riuscita a sbagliare il calcolo sul tempo previsto e così mi rincuoro all’idea che probabilmente non mi discosterò in modo così insostenibile dal tempo dell’anno scorso, fatto quando stavo alla grande.

Traguardo.

Jack mi alza le braccia, io non riuscivo nemmeno a farlo perché quando so di non aver fatto del mio meglio non riesco a esultare. Nella breve intervista spiego i problemi che ho avuto, ma inizio ad accorgermi che sono stanca di parlare sempre di queste cose. Ora è il momento di trovare una soluzione, altrimenti come la goccia che scava la roccia, ogni giorno che passa mi allontanerà sempre più da me stessa. E io non voglio.

Così il giorno dopo cerco d’incoraggiare Sylvie che correrà la 43Km: nazionale francese sulla 100 km è una persona che mi ha subito fatta sentire accolta, e mi piacerebbe poterla accompagnare un pezzo, però i muscoli e la bandeletta non me lo permettono. Con Renato e Jean seguiremo Super Bruno che contrariamente a me è riuscito a tenere fede all’impegno e si è sparato anche la 43. Vederlo passare è stato intenso, credo che sia un vero purosangue e gli auguro di raccogliere il resto delle soddisfazioni che si merita.

Arriva il tempo dei saluti: Jack e la sua famiglia, ma anche TUTTI i volontari di questa gara mi hanno accolta e coccolata per tutto il tempo, provo per loro una profonda gratitudine. Io penso sempre, di base, che l’importante sia l’atmosfera che circonda le cose che uno vive. E qui, da loro, mi sento sempre a casa. GRAZIE.

Tutti e quattro ripartiamo per tornare a casa.

Io devo ripartire per ritrovare la mia strada.

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