ARRANCHINA…

GIVING BACK…

Questa volta voglio parlare di una gara vista da fuori. Vista con i miei occhi e non corsa con le mie gambe. Ma facciamo un passo indietro…
Mi trovavo sul mio solito giro del criceto quando si è affacciata nella mia mente l’idea migliore degli ultimi tempi. L’idea di cui vado più orgogliosa. Ho deciso di offrire le mie coppe per premiare i bambini dell’Arranchina.
Il germe di quest’idea vagava già da tempo nella mia testa, perché mi era già capitato di fare qualcosa del genere più in piccolo, come maestra di snowboard, ed era motivato dalla constatazione di quanto i bambini tengano a ricevere un trofeo.
Un trofeo, nella forma però precisa di una coppa, è il simbolo della vittoria per antonomasia, e nessun altro premio è in grado di offrire la stessa sensazione.
Ma c’è un altro passo indietro da fare. Un passo molto lungo…che mi riporta in 5 elementare.
LA CAMMINA CAMMINA
Quando la gente mi chiede da quanto tempo corro, io rispondo sempre “da maggio del 2010”. Eppure, colpo di scena, questa risposta non è corretta. In effetti, c’è stato un precedente. I primi anni della mia vita sono stati vissuti a Milano, e la mia istruzione è stata affidata alle Suore Orsoline di San Carlo, istituto di Viale Majno. E queste brave suore hanno pensato bene di organizzare ogni anno una camminata/corsa non competitiva di 9 km per famiglie e allieve. Così, in quinta io e papà abbiamo partecipato alla manifestazione.
Il punto cruciale, che rende pertinente questo aneddoto, è stato che a un certo punto, non ricordo perché, papà mi ha proposto di correre e così abbiamo corso. La gara non era competitiva e non ci aspettavamo nulla, ma al traguardo mi sono trovata in mano un trofeo e una proclamazione inattesa. Avevo “vinto” la CAMMINA CAMMINA. Ricordo vividamente l’orgoglio provato, e ricordo altresì come il giorno dopo il trofeo fosse “inspiegabilmente” finito nella cartella. Volevo farlo vedere a tutte le compagne, alla maestra, a chiunque.
L’ARRANCHINA
Ed ecco che mi è parso fantastico avere l’opportunità di regalare a 18 bambini la stessa felicità e lo stesso orgoglio che avevo provato io. Ho proposto la cosa a Renato e Alessandra e sono stati d’accordo. Ogni coppa che ho in casa ha contribuito a farmi stare bene con me stessa, a darmi la conferma di aver fatto un buon lavoro. E credo che spesso la prova tangibile di andar bene, di aver fatto qualcosa bene possa fare la differenza nell’evoluzione di una persona.
E poi finalmente ho avuto l’opportunità di condividere parte di tutte le soddisfazioni che la corsa ultimamente, ma lo sport in generale, mi hanno dato negli anni.
Guardare la gara è stato bellissimo, intenso direi.
Alla partenza tutti i bambini erano concentrati, determinati a provarci. Qualche metro prima dell’ingresso al Parco Bollino ho visto bambini ancora concentrati, bambini felici, bambini stanchi.
Tutti i bambini si sono trasformati entrando nel parco, tutti hanno ritrovato forze inaspettate per piombare sul traguardo con una velocità impressionante, tirata fuori chissà da dove.
Ho ammirato TUTTI questi bambini. Avrei voluto battere il 5 a ognuno di loro ma sono troppo timida per farlo, inoltre alcuni erano veramente così concentrati che non avrei osato intromettermi.
Ma ricorderò per sempre lo sguardo di un bambino che ha ricambiato il mio applauso con uno sguardo pieno di gratitudine. Mi ha riempito il cuore, letteralmente.
Poi è ovvio, vedere arrivare Matteo al traguardo come terzo assoluto e secondo maschio è stato il regalo più bello come mamma, ma questa è un’altra storia.
Alla premiazione ho incrociato gli occhi di tutti i bambini che ho avuto l’onore di premiare, occhi fieri e che spero che lo rimangano. Ho stretto le loro mani ma avrei voluto poter stringere quelle di tutti gli altri perché c’è una considerazione che ho fatto tra me e me durante tutta la gara. Immagino che, almeno tra i più piccoli, probabilmente qualche lieve pressione genitoriale alla partecipazione potrebbe esserci stata. Ma i bambini hanno accettato di partecipare, cavolo, hanno corso loro, hanno faticato loro, hanno corso il rischio loro di non farcela. Eppure ci hanno provato.
Per questo io ammiro TUTTI questi bambini.
Per questo ho detto loro di guardarsi nello specchio a casa e dirsi “BRAVO”. Ognuno di loro deve essere fiero di se stesso, di ciò che ha fatto e mi piacerebbe sapere che ognuno di loro possa essersi sentito speciale.

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