TOR DES GEANTS…

LA GRANDE AVVENTURA

Questa gara era inserita nei miei programmi perché è la gara Regina della Valle d’Aosta e visto che la Valle ha creduto in me, mi pareva giusto onorare almeno la partenza. Mi pareva giusto esserci. Su tutto il resto ho sempre avvertito il peso di un grande punto interrogativo.

Chi ha mai fatto 330 km tutti in fila? Non io.

Certo, quando ho visto che l’UTMB non sembrava aver lasciato grossi strascichi di fatica sul mio corpo un pensierino l’ho fatto a questa gara….che tradotto significava: PROVIAMOCI.

Mio fratello ha fatto i trofei per il podio e ne ha portato uno a casa per farlo vedere ai miei: ne ha preso uno a caso. Era quello della PRIMA CLASSIFICATA. Ovviamente gli ho chiesto se non poteva, invece che pescarne uno a caso, sceglierlo ed evitare almeno quello. Abbiamo fatto l’ultima cena con il trofeo che ci guardava dal tavolo della tele. Quando poi è uscito da casa nostra per tornarsene insieme agli altri ho pensato: questa è casa tua, ti ci riporterò io. Aspettami.

9 SETTEMBRE 2012

PARTENZA…

Io sono sempre fedele a me stessa. E’ un punto fermo. Infatti, quando Renato è venuto a prendermi per portarmi in partenza c’era ancora da preparare il cammello, e quando ci abbiamo buttato dentro il glucosio, quello ha pensato bene di pisciarne fuori una discreta quantità. Forse perdeva. Forse era quello con i problemi alla guarnizione. Renato mi ha chiesto se l’avessi provato. Non ha ancora capito che non ha senso farmi queste domande. L’ho preso a caso nel mucchio. Sono fedele a me stessa. Splendido. Partiamo così, in fondo sembra aver smesso di pisciare…

Quando arrivo sotto l’arco di partenza succede che vedo Catherine Poletti che mi fa un gesto d’incoraggiamento che interpreto più o meno come “sono con te”. Mi tocca molto, mi fa piacere. Vedo L’emozione di Renato, mi sento intimidita da tutta la situazione, è tutto troppo grande, e la gara troppo lunga.

Si parte.

Il male al ginocchio che mi porto dietro dall’UTMB è sempre lì, sempre forte, durante la discesa verso Dolonne, penso che mi ritirerò a La Thuile.

Eppure Max mi ha detto che sarebbe passato…

MAX: Max è una persona particolarissima che Renato ha portato a casa mia sabato per sistemare il problema del ginocchio. Mi ha fatto dei movimenti, ha ascoltato il mio corpo e ha riscritto il “programma”. Dice che dovrebbe andare a posto, che potrei avere delle reazioni inaspettate, forse di fatica, ma forse anche positive.

Ho portato Max con me per tutta la gara, l’ho ringraziato mille volte col pensiero. Non mi sono ritirata a La Thuile perché il male non c’era più. Sparito. Incredibile.

Alla Thuile trovo Ilaria: non avrò mai parole per ringraziarla per il supporto, ha ascoltato le mie lamentele, ha cercato di ricentrare i miei pensieri sul fatto che ero al 17° km e forse era presto per decretare che tutte avevano più endurance di me.

La gara prosegue, un passo alla volta, un piede dopo l’altro. A Planaval trovo il TEAM al completo. I miei sull’incrocio con l’asfalto, Renato pronto ad attivare il “mio” ristoro, e inaspettatamente, più avanti salta fuori anche mio fratello. Forse voleva verificare le probabilità che il trofeo facesse ritorno…

Tra Planaval e Valgrisa supero Lisa e passo seconda, già meglio ma non basta per calmarmi…

BASE VITA 1: VALGRISA

A Valgrisa inizia la mia gara. 50° km, facciamo uno stop rapido ed esco dal ristoro per prima. Ok sono davanti, ora posso scrivere la mia storia, ora sta a me. Il pezzo fino a Rhemes mi è piaciuto abbastanza, poi lì è ricomparso mio fratello ad aiutarmi con il ristoro. Esco ed è di nuovo buio, silenzio, chilometri.

 

BASE VITA 2: COGNE

Arrivo a Cogne verso le 7 mi pare, dopo aver preso 4 storte in meno di un’ora prima di arrivare a Valnontey. Ero parecchio nervosa, Renato ha cercato di calmarmi, inoltre aveva le brioches… Fermarmi ora che sono davanti? Non se ne parla, ma poi mi lascio convincere. Sulle brande della base provo a rilassarmi, difficile, rimango sdraiata un’ora e poi decidiamo di ripartire. E via verso il Sogno. Questa era l’unica tratta che conoscevo, e mi è piaciuta una cifra. Mi sono ripresa. A Chardonney c’erano di nuovo i miei, avevano mobilitato tutti i volontari del ristoro, un’accoglienza fantastica. Questo ristoro ha creato un “precedente”: infatti, avendo apprezzato così tanto la situazione, mi sono accorta che da lì in poi ho iniziato a prolungare le soste “conviviali” per un tempo assurdo. Ma era fantastico, un piccolo premio.

BASE VITA 3: DONNAZ

Arrivo qui dopo essere caduta inciampando nei bastoni, un male d’inferno, la gamba destra quasi inservibile. Però Renato si è presentato con un ghiacciolo, e questa sorpresa meravigliosa ha facilitato gli ultimi metri prima dell’ingresso alla base. Di dormire qui non se ne parla perché è presto, credo intorno alle 4 del pomeriggio e perché (gamba a parte) mi sento bene e allora via con il ristoro del team (insalata di riso e carote) mentre Renato mi sistema i piedi e verifica che beva tutto il necessario, ovvero vitamine varie che iniziavo già a non sopportare più.

La gamba fa un male d’inferno, ma per fortuna c’è da salire e basta e allora si può fare. Renato ha deciso di accompagnarmi al Coda e così questo tratto esigente passa un po’ meglio. Al Coda si può dormire solo per 2 ore, e allora vada per le 2 ore. La mia prima “dormita”: assaporata alla grande, seguita però da qualche piccolo problema di rimessa in moto. Ma in effetti è servita, sono ripartita in forma. Fino a Niel però…l’inferno. E allora va da sé che a Niel si fa il ristoro “conviviale”: credo di esserci stata quasi un’ora, perché erano gentili, mi hanno offerto uno strudel, mi sembrava fantastico. Poi ho pensato che forse era comunque il caso di andare, in fondo ero in gara… e allora via verso Gressoney.

BASE VITA 4: GRESSONEY

Prima doccia. Certo che in queste situazioni uno impara a dare un peso tutto particolare alle piccole cose. Una doccia sembrava una magia. Poi Renato mi ha trovato un fisioterapista bravissimo: dopo quasi un’ora di trattamenti vari mi ha rimessa in condizione, ha detto che la gamba funzionava solo al 50%, senza di lui probabilmente sarebbe peggiorata ulteriormente. Dopo il super pranzone stavolta del cuoco della base, si riparte, direzione Valtournenche.

BASE VITA 5: VALTOURNENCHE

Arrivare a questa base è stato denso di emozioni e avvenimenti. Primo fra tutti la scoperta che con oltre 200 km nei prosciutti si riesce ancora a fare il miglior tempo parziale assoluto. Incredibile vedere le risorse che il corpo tiene nascoste. Forse lo fa per evitare che a quelli come me venga in mente di sfruttarle…Va bè, arrivata alla base cerco di dormire un paio d’ore ma è difficilissimo stavolta. Per non parlare del risveglio. Renato ha perso la pazienza verso la decima volta in cui mi chiedeva cosa volessi mettermi e io gli rispondevo che non vedevo perché dovessi mettermi qualcosa. In pratica deliravo, non riuscivo a capire perché fossi lì e che diavolo volesse da me lui con la sua fretta. Quando finalmente mi sono vestita ero convinta di essere a Cogne. Impeccabile.

BASE VITA 6: OLLOMONT

Ecco una base che ho vissuto con difficoltà: il motivo è molto semplice, ho cenato attaccata a un termosifone, c’erano i bambini con Giovanni, i miei genitori, il cane, fuori imbruniva e restava l’ultimo tratto. Voglia di uscire? ZERO ASSOLUTO. Ma ok, si riparte, così è il gioco. Salutare tutti è stato difficilissimo, loro stavano per andare a cena. A cena!!!! Li ho odiati. Io dovevo spararmi un’altra notte in giro e loro andavano al ristorante e poi a dormire. Certe cose è meglio non saperle.

La notte è partita male ed è andata peggiorando. A St. Rémy mi sarei buttata sotto un camion piuttosto che ripartire. Ci sarà la neve e Renato riparte con me. Il delirio del Frassati che non riuscivamo a raggiungere in nessun modo, la resa, il ritorno alla stalla per aspettare l’alba insieme agli altri compagni di disavventura. Non mi ero mai persa in montagna e so, sono certa, che se in quel momento non avessi avuto Renato vicino sarei morta sul posto per il freddo e perché non avevo la minima idea di cosa fare. Nella stalla abbiamo tremato fino all’alba, con le scarpe nel forno e una coperta in 5. Grazie a Fulvio e alla sua famiglia per l’ospitalità e per il caffè. Poi finalmente il Frassati. L’elicottero, le guide. Il MALATRA’ con la neve… stupendo, un panorama da favola e poi giù verso Courmayeur, verso casa.

COURMAYEUR.

Il trofeo sarebbe tornato.

Dopo il riassunto delle basi vita, arriva l’ondata di emozioni: posso parlare solo di quelle, non posso invece fare resoconti su cos’ho visto. Solo verso Ollomont mi è venuto in mente che in fondo se il nome della gara è Tor Des Géants, forse avrei dovuto vedere che so, il Paradiso, il Rosa, il Cervino. Non ne ho visto manco uno. Però il Bianco mi ha aspettata, da lui sono tornata: il giornalista giapponese mi ha chiesto “where are you from?” e io ho risposto “from Courmayeur, I wanna go home”.

Piccoli stralci di piccole conversazioni.

Tanta gente mi ha chiesto se ho faticato molto, se ho avuto momenti duri. In primis, a caldo, è vero che mi è sembrato di non averne avuti di momenti difficili. Poi pensandoci bene il Loson senza frontale non è stato il top del divertimento. Diciamo che non tornerei in gita di piacere sulla tratta Donnaz-Niel, quella è veramente un delirio. Perdersi sul Malatrà cercando il rifugio Frassati è un’esperienza che, a quel punto della gara avrei evitato volentieri. Come pure il momento in cui mi sono inciampata nei bastoni di Luana da 120 Euro e mi sono fracassata il quadricipite.

Però è vero che alla fine della fiera, ciò che ho portato con me come ricordo indelebile non sono stati questi momenti, che comunque credo, in una faccenda di questa portata, sono pure pochi, brevi e circoscritti.

Porto con me il ricordo della signora che mi rincorre al Crest per darmi il portafortuna: ero in un momento complicato, Renato mi aveva detto che la seconda era a circa 4 ore e 30 e questo per me significava averla alle costole. Il portafortuna l’ho preso come un segno, l’ho appeso allo zaino e ho ricominciato a correre come fossi stata al 20° km di una mezza maratona. In quella tratta ho fatto un tempo da paura.

Porto con me il ragazzo che mi ha accompagnata dal Tournalin fino allo scollinamento verso Valtournenche: mi ha fatto compagnia e ha reso leggero e piacevole quel tratto. Prima di lui, pensandoci bene, ci sono state le ragazze che mi hanno scortata verso Gressoney, c’è stato Aurelio che mi ha detto “forza, sei il nostro alfiere”, c’è stata la signora che mi ha applaudita dalla sua sedia nel mezzo di non so che paesino.

Altri mi chiedono dell’alimentazione, come l’abbiamo gestita: bè, facile, qui entra in scena il team. Ricordo come fosse ieri il momento in cui, tabelle di Renato alla mano, cercavo di scrivere le istruzioni alimentari per mia mamma. Polpette qua, riso là, pizza laggiù…in pratica dovevo cercare di stilare il menu richiesto, solo che in quel momento in me prevalevano il dubbio e la sfiducia. Quindi dopo un paio di indicazioni sulle polpette ho smesso il lavoro dicendo che avremmo valutato di volta in volta via via che, miracolosamente e inaspettatamente, ci fossi poi arrivata davvero alle varie basi.

E così è stato, crocchette di riso a Valgrisa, brioches per colazione a Cogne, polpette a Chardonney, insalata di riso a Donnaz, pasta con tonno del cuoco di Gressoney nella suddetta base, riso in bianco a Valtournenche, 5 pezzi di pizza a Oyace….cose così, coccole, piccole attenzioni.

Ho detto alla prima intervista dopo l’arrivo che secondo me questa non è una gara che si possa vincere da soli, o quantomeno, so che io non potrei. Io ho vinto questa gara insieme e per le persone che mi sono vicine. E per quelle che, pur non conoscendomi, mi hanno incoraggiata e sostenuta dal vivo e sui forum. Per chi ha trovato il tempo di uscire di casa per vedermi passare e per tutti i volontari che si sono impegnati a non farci mancare niente.

Ho vinto questa gara perché sentire un sostegno così forte è stata un’esperienza incredibile e che ha reso tutto molto più leggero.

Tra queste persone c’è Davide che mi ha voluta nel Team EcoDyger e che al momento della premiazione è riuscito ad essere quasi più emozionato di me. Ad inizio stagione senza nemmeno conoscermi, ma solo fidandosi di quello che diceva Renato, ha deciso di darmi un aiuto finanziario, grazie perché sostenere una stagione come questa non è stato facile. Grazie anche a Jerome (manager del team vibram per il quale ho corso tutta la stagione) comparso nella notte sul percorso, una bella sorpresa del tutto inaspettata.

Per quanto riguarda le mie sensazioni fisiche, fatto che presumo interessi a molti, sono rimasta incredula io per prima nel vedere che aveva ragione Renato, questa era davvero una gara per me. Lui l’ha sempre detto, ma come spesso puntualizza, io non credo mai che una macchina mi stia per far secca finché non ci finisco sotto (esempio suo): quindi io, almeno fino a Valgrisa non ero tanto convinta. Però via via era vero, tutto sembrava farsi più leggero, “accettabile” anche mentalmente. Mi stupivo a considerare come mi scassi le palle più rapidamente e facilmente in una 100 km. Qui in realtà ho anche apprezzato alcuni momenti.

Forse era il fatto che in salita mi sforzavo di camminare il più possibile, senza irrompere nella corsa che sarebbe stata troppo onerosa energicamente. O forse è stato il fatto che più andavo avanti, più mi rilassavo in un ritmo confortevole. Poi certo, le discese eterne mi sono piaciute meno e non l’ho trovato molto scorrevole come percorso, però mi ha insegnato molto. Per esempio il tratto da Donnaz mi ha insegnato ad addomesticare terreni più ostici venendone fuori con tutti i pezzi attaccati e senza innervosirmi eccessivamente.

Inoltre, col passare dei chilometri, mi sono messa in “modalità enogastronomica” che in pratica si traduceva in soste parecchio prolungate ai ristori, giusto per il piacere di fare 4 chiacchiere e rimpinzarmi come uno squalo. C’è stato un momento in cui Renato ha più o meno velatamente suggerito di accorciare queste “soste”.

Tutto il cinema di giornalisti, cameraman e fotografi è stato qualcosa di inatteso e incredibile, ma ammetto che era diventato un appuntamento piacevole, alla fine ci ho preso talmente la mano che mi dilungavo volentieri, un’altra maniera inedita per me di fare quattro chiacchiere. Al Bonatti in pratica ho fatto un comizio, anche perché c’era l’operatore francese e io adoro le interviste in francese.

E poi c’è il “team del Barmasse”, come ho ribattezzato io il gruppo di persone che si è trovato bloccato per via della frana. C’erano i primi 5, c’era il resto del mondo e c’eravamo noi. I 5 del Barmasse. In verità, ognuno ha sempre fatto la sua gara per conto suo, non abbiamo mai fatto dei gran pezzi vicini, però ad ogni sosta obbligata ci ricompattavamo. Sempre noi. Mi è piaciuta questa cosa perché alla fine abbiamo comunque condiviso dei momenti e delle emozioni, dallo stress sul Malatrà all’euforia per l’arrivo. Piccoli momenti. Piccole cose da ricordare. Mi sono sentita a mio agio nel Team del Barmasse, perché sentivo che c’era grande rispetto tra noi, e sento di essere stata vista da loro alla pari, non donna o altre scemenze. Ero una di loro.

13 SETTEMBRE

ARRIVO

E finalmente… l’arrivo. Avevo immaginato molte volte l’arrivo dell’UTMB a Chamonix, e molte volte l’avevo visto al video. Posso dire di aver passato tutti i giorni dell’ultima settimana pre-UTMB guardando quel video.

Questo arrivo invece non l’avevo mai immaginato. Non avevo mai osato spingermi così in là.  Ho trovato al Bollino i miei amici ad aspettarmi, erano tutti là, tutti venuti per me.

Una cosa da pelle d’oca.

Avrei voluto avere una parola per ognuno di loro e invece non me n’è uscita nessuna. Questo è un rimpianto.

Al microfono di Silvano la situazione è stata analoga. Troppi pensieri affollati nel cervello e nessuno che sia riuscito a uscire. Così ho detto le solite quattro cose, le cose di rito, compresa anche qualche stronzata.

Ho un’altra occasione: questa.

Ed è di nuovo difficile. Lo è perché riassumere in qualche riga 4 giorni di emozioni non è facile, come non è facile esprimere pienamente la mia riconoscenza per tutti quelli che, ognuno a suo modo, mi sono stati vicino.

Riparto col pensiero a quando, a inizio stagione, l’unico a credere in me era Renato. Nonostante qualcuno mi avesse già data per spacciata, forte forse sì, ma da rottamare, Renato è rimasto accanto a me per costruire letteralmente un passo dopo l’altro, quella che poi si è rivelata una stagione incredibile. E allora che parole potrei mai trovare per esprimere questo adeguatamente? Non ce ne sono, non le trovo.

E come raccontare la concitazione di mamma e papà nei giorni prima della partenza? Impossibile, però lo ricordo bene, è stato fantastico. Mi sentivo un po’ a disagio nel vedere che dispiegamento di forze stavo mobilitando per questa faccenda, però era figo. Davvero emozionante, ricordo ogni minuto, sembrava un film.

E i messaggi delle mie amiche durante la gara: mi hanno dato un sacco di forza, è stato tutto magico.E poi ancora tutta la famiglia ad aspettarmi, e tanta gente che è venuta per me e che magari nemmeno conosco.

Allora l’unica cosa che voglio fare è dedicare la mia vittoria a tutti loro, perché senza di loro so per certo che tutto questo non sarebbe successo.

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7 thoughts on “TOR DES GEANTS…

  1. HUBERT ottobre 11, 2012 / 9:36 am

    Hello francesca, encore bravo pour ta perf!!! a tres bientot pour un test Bioparhom.

  2. pierre ottobre 11, 2012 / 7:11 pm

    stupenda!!!

  3. Annalisa Origone ottobre 12, 2012 / 9:11 am

    Bellissime parole che mi hanno emozionato…..

  4. Max Savio ottobre 12, 2012 / 5:30 pm

    Grazie, Francesca per queste parole bellissime che mi hanno commosso!
    Ora avro molto piu difficoltà, a raccontare il mio TOR!

  5. paola marciandi ottobre 13, 2012 / 12:36 am

    come già detto in altre occasioni: non ho parole..! BRAVA, non solo per la corsa ma anche per il resoconto

  6. Carles Rossell ottobre 15, 2012 / 2:09 pm

    Bravo, Felicitation. Un membre du Team Barmasse te souhaite un grand bonheur. J’espère qu’a bientôt.

  7. alessandro ottobre 23, 2012 / 2:33 pm

    complimenti davvero…sei una grande atleta…anzi grandissima…

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