TransD’Havet – Campionato Italiano trail

Un nuovo titolo italiano dopo il long distance, una grande gara…

Trans d’Havet
Secondo la nostra tabella, durante questo week end avremmo dovuto andare in Svizzera, a Davos, dove ero stata invitata alla Swiss Alpine Marathon 78km. Ma 2 fattori sono intervenuti a modificare i piani. Intanto, la recente devastante esperienza allo Swiss Iron (di cui non ho voglia di parlare e comunque bastano i forum) non deponeva a favore di una nuova trasferta da quelle parti. Ma soprattutto, la TDH era una gara italiana che così, sulla carta, meritava di essere onorata. In più assegnava il titolo tricolore sulla media distanza, e allora vada per la TDH.
Si parte.
In verità, per una serie di motivi, non posso dire di essere salita in macchina nella migliore disposizione d’animo, troppi pensieri e troppe ombre appesantivano il mio cervello: insomma, non ero molto fiduciosa, perché ormai so per esperienza che un pensiero negativo qualsiasi ha su di me l’effetto di una palla al piede da carcerato, blocca ogni mio passo. Il problema diventava quindi resettare il cervello.
La partenza a mezzanotte è sempre per me qualcosa di agghiacciante, ma ho scoperto che il corpo invece non accusa, anzi, mi sembra quasi di entrare in regime più velocemente. Infatti dopo gli attimi micidiali che precedono lo sparo (in cui l’unica cosa che volevo stavolta era solo sparire e non essere vista da nessuno) siamo partiti e le gambe sembravano d’accordo. Enrico Pollini aveva detto che la prima parte non era molto scorrevole, ma a me è parsa simpatica. Adoro correre nelle dolomiti.
Poi via via i km sono passati, la gara è andata avanti in assoluta tranquillità, il mio vantaggio si faceva rassicurante e mi sentivo sempre meglio. L’unico problema l’ho incontrato nelle gallerie, che sarebbero un tratto piuttosto suggestivo e davvero particolare, ma che non presentava più nessuna balise. Ed era lungo, e il telefono non prendeva. Ovviamente ero da sola e così non riuscivo a capire se fossi giusta o meno, ma come sempre accade in questi casi, il mio cocciuto cervello mi spinge a proseguire. In fondo bivi non mi sembrava di averne visti.
E poi ecco l’alba, questa volta me la sono goduta, era proprio un bel posto e in più era apparsa della gente: essendo fotografi l’idea di essere sempre nel tracciato giusto si è consolidata.
E poi eccoci in una salita da 1000 metri, su una specie di ghiaione, dove un signore di 70 anni mi dà prova di quanto questo sport possa offrire opportunità per tutti. Lui non era in gara, era lì per sé, perché lo fa sempre, per puro piacere. Mi ha spiegato il percorso, abbiamo parlato un po’, e poi l’ho fatto passare, così quando sono arrivata in cima avevo un tifoso.
Ancora avanti.
Finalmente arriva il tratto verso il 50° dove, secondo Enrico, chi avesse avuto ancora benzina avrebbe potuto fare una certa differenza, e io ci sono arrivata con un mucchio di benzina. Si può finalmente dire che inizio a divertirmi in queste cose, riesco a guardare dove sono e mi sento sempre più rilassata. Renato sembra entusiasta, non si capacita di come stia correndo bene dopo tutta la strada già fatta.
E poi bisogna parlare di Gianluca, che Renato ha ribattezzato “la mia scorta”. Al mio primo Valdigne 100k, Gianluca mi ha scortata fino al traguardo, ed è stata un’esperienza inedita e molto bella, inoltre mi ha aiutata parecchio avere qualcuno con me in quegli ultimi km. Poi alla Lut ci siamo trovati appena dopo le Cime, e ritrovati dopo la discesa, nel tratto fino a Cimabanche che è stato per me la parte più ostica della gara. E oggi eccolo qua, di nuovo con me. Di nuovo nell’ultimo tratto. In quegli ultimi chilometri non si sa chi dei due abbia chiesto più spesso a chiunque incontrassimo quanto mancava, e ogni volta c’incazzavamo perché le risposte non coincidevano mai con le nostre sensazioni. Per quanta strada facessimo sembrava che mancassero sempre più o meno dieci km, forse undici…un incubo.
E poi sul finale l’ho perso, è rimasto un po’ più indietro, non so perché. E io sono arrivata da sola all’asfalto, dove mi aspettavano in tre in bici per scortarmi fino al traguardo. Una cosa fantastica.
E poi Renato. Potevo leggere l’emozione e l’orgoglio nei suoi occhi, è sempre questo il dettaglio cruciale, quello che fa la differenza tra fare una cosa da sola e farla con il sostegno e la fiducia di qualcuno. Posso dire che corro gli ultimi chilometri solo per questo. Per vedere quegli occhi. E corro i chilometri che precedono per far nascere le emozioni che poi si esprimeranno in quello sguardo.
Taglio il traguardo, ce l’abbiamo fatta di nuovo.
Campionessa Italiana 80km.
Insieme.

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